Lotito, politica e Lazio: il peso delle narrazioni e il ruolo dei fatti
Lotito, politica e Lazio: il peso delle narrazioni e il ruolo dei fatti
Capisco che possa essere un discorso difficile da digerire per i non addetti ai lavori, ma se vogliamo davvero separare alcune verità dalle narrazioni costruite negli ultimi mesi intorno al senatore Claudio Lotito, bisogna essere sinceri. Non si può continuare a buttare sempre la croce su una sola persona o cercare in ogni modo di mistificare, aggiungere e alimentare situazioni che ancora devono essere accettate e comprese fino in fondo, con esiti tutti da verificare.
L’apoteosi di questo percorso è arrivata con un documento ufficiale della Lazio non in vendita, indirizzato anche agli organi competenti di vigilanza delle S.p.A., nel quale è stata ribadita la posizione della società. Secondo questa lettura, la Lazio non sarebbe mai stata realmente sul mercato e non lo sarà. Tutto il rincorrersi di voci, sciami di dichiarazioni, aspettative e ricostruzioni che per quattro o cinque mesi hanno torturato l’ambiente è stato disintegrato in un attimo.
Attraverso un’analisi più critica e oggettiva, ho sempre sostenuto e continuo a sostenere che oggi sarebbe folle vendere la Lazio, per una lunga serie di ragioni soprattutto politico-economiche. Il prologo di tutto questo si ritrova poi nei fatti accaduti in questa settimana, che aiutano a comprendere il prezzo della politica nella successiva acquisizione della Reggina.
Il prezzo della politica e l’acquisizione della Reggina
Lotito, prima di diventare senatore, frequentava già certi ambienti politici. Lo dico perché all’epoca lo frequentavo per argomenti socio-sportivi, essendo uno dei componenti dell’associazione allenatori del Lazio nel consiglio direttivo. Già allora frequentava il Senato attraverso diversi amici senatori del gruppo Berlusconi. La politica era già una sua priorità, un orizzonte presente, una dimensione nella quale si muoveva con una certa continuità.
Non a caso, nella ricostruzione proposta, vengono richiamate figure come Berlusconi e, prima ancora, Andreotti, dentro un contesto in cui la politica intervenne più volte nei momenti di crisi emergente della Lazio. La società biancoceleste, gloriosa e centrale nel panorama calcistico romano e italiano, non fu salvata dai benpensanti di allora né da chi, criticando, sembrava volerla affossare. In quella fase, secondo questa lettura, fu la politica a intervenire per impedire che la Lazio precipitasse.
Nella storia di Lotito tutto si innesca anche dopo il suo matrimonio con una famiglia economicamente potente, imparentata con Caltagirone, e quindi inserita in una rete di rapporti, interessi e gangli politici capaci di influire sul panorama intorno a una possibile acquisizione. Anche qui, il termine centrale è sempre lo stesso: politica.
Il successo di Lotito, in questa interpretazione, è dovuto anche e soprattutto a questo. Non solo alle sue capacità imprenditoriali, ma alle successive ramificazioni che gli hanno permesso di entrare in determinati contesti. Se vinci appalti pubblici, se entri nelle segrete stanze di alcune regioni e se ottieni uno status rilevante, non è soltanto per merito imprenditoriale. È politica. La forza di un imprenditore, in tutto il mondo, passa anche attraverso la politica, attraverso lo status che gli viene riconosciuto, i benefici che gli vengono dati e persino la protezione istituzionale che può ricevere.
Lo sport, in questo quadro, diventa anche merce di scambio politico. È un concetto difficile da digerire, ma in un discorso programmatico e concettuale l’attività sportiva non vive mai isolata. Si intreccia con il potere, con gli interessi, con le relazioni e con le prospettive economiche.
Reggina, mandato politico e strategia territoriale
L’acquisizione della Reggina, secondo questa chiave di lettura, va interpretata proprio dentro questo scenario. Lo sport diventa merce di scambio, anche politico. Il discorso investe soprattutto Lotito, che in Senato non ricopre una posizione subalterna, ma una carica importante. Viene descritto come un protagonista, un vicepresidente del gruppo Tesoro del Senato, cioè una figura che tiene in ordine i conti dei senatori della sua corrente o dei suoi affiliati.
A tutti i denigratori che non conoscerebbero i fatti e parlerebbero a vanvera, va ricordato che Lotito, anche in Senato, è considerato un personaggio di rilievo. Tornando alla Reggina, il partito, come sempre accade nelle elezioni, ha le sue priorità politiche e a volte impone scelte forzate. A Lotito sarebbe stato tolto il seggio in Molise perché considerato sicuro e utile a un nuovo eletto, mentre gli sarebbe stato offerto quello di Reggio Calabria a lista unica.
Questo avrebbe avuto una funzione precisa: aiutare il compagno Occhiuto e il sindaco Cannizzaro, il quale avrebbe promesso ai suoi che la prima priorità sarebbe stata la squadra di calcio, oggi finita in Serie D, con l’obiettivo di riportarla ai fasti di un tempo. E allora chi interviene? Ancora una volta, la politica.
I fatti di questi giorni, in questa visione, non rappresentano una narrazione fantasiosa né una visione onirica. Sono piuttosto il risultato di una situazione studiata, attuata e vincente. Lotito compra la Reggina e, al tempo stesso, compra anche il suo prossimo mandato politico. Non solo: dimostra di non aver paura di compiere determinate scelte. Perché? Perché è politica.
Per lui si tratterebbe di un vantaggio enorme, sia per sé stesso sia per le sue aziende. E, in questa prospettiva, anche per la Lazio, che potrebbe diventare il motore trainante dell’attività sportiva.
Il calcio italiano e la necessità di una politica degli stadi
Il discorso politico si allarga poi allo scenario nazionale. La speranza è che possa diventare risolutivo rispetto alle troppe politiche rinunciatarie portate avanti da Gravina e da chi ha condiviso con lui determinate scelte. Il riferimento è anche ai danni strutturali, compresa un’AIA descritta come decapitata in ogni dove.
L’Inghilterra avrebbe dovuto insegnarci molto in questi anni, dalla lotta agli hooligans agli stadi di proprietà, che rappresentano la vera ricchezza di una società di calcio. Sono stati lungimiranti in tutto, perché anche una piccola città di Serie B oggi può contare su un proprio portafoglio, su una struttura, su una capacità di creare ricavi e identità. Questo dimostra che, se esiste una volontà politica e se non si vuole scomparire dallo scenario internazionale, bisogna fare politica. Una politica necessaria per avviare un processo evolutivo sui nuovi stadi.
In Italia si è visto poco o niente, anche se qualcosa di positivo è accaduto. Il nuovo stadio della Juventus, nel primo anno, ha generato guadagni e dato forza alla società, fino a contribuire a creare le condizioni per portare Ronaldo in Italia. È l’esempio di una società che non ha avuto paura di investire, sapendo di avere margini di spesa. Lo stesso discorso può essere richiamato, con modalità diverse, per Atalanta e Udinese, e forse oggi anche per Firenze. Le società, attraverso la politica, cercano autonomia e ricchezza.
Stadio Flaminio: il nodo politico dietro il progetto Lazio
A questo punto il discorso sullo Stadio Flaminio diventa naturale. La domanda è logica: bisognava aspettare cinque o sei anni per attuare un vero progetto sugli stadi, soprattutto a Roma, dove a Lazio e Roma non è stato dato modo di costruirsi una propria dimensione e una propria ricchezza?
Ancora una volta, la risposta individuata è politica. È bastato un sindaco romanista, secondo questa lettura, per far muovere o agitare le acque burocratiche e intervenire sui progetti e sulle successive aspettative. Ma poi ci sono i detrattori: prima dicevano che lo stadio non si poteva fare, quasi per fare un dispetto a Lotito; poi, quando è arrivato l’ok del Comune e la Conferenza dei Servizi ha iniziato il lavoro di analisi sul progetto, hanno cambiato racconto.
I lavori si fermano perché la Sovrintendenza desidera nuovi documenti o aggiornamenti, ritenendo non sufficienti quelli attuali. Ma era logico. La Lazio e i suoi progettisti lo sapevano. È il gioco a rimpiattino che spesso si fa in politica, e la Sovrintendenza è anch’essa, in questa visione, un organo politico.
Per questo, secondo questa interpretazione, nulla sarebbe realmente compromesso. Sarebbe una mossa di facciata, una mossa politica destinata ad avere nel tempo i suoi benefici. Quali saranno, lo vedremo. Ma rispetto alle narrazioni che si susseguono e continueranno a susseguirsi, la tesi è netta: non accadrà niente, perché la politica avrebbe già deciso. Lo stadio si farà, e pure subito.
Il riferimento viene esteso anche alle dichiarazioni del ministro Abodi, indicato come laziale, sugli stadi di Roma e Lazio in relazione agli Europei del 2032. La domanda posta è semplice: un ministro può esporsi in questo modo senza avere una prospettiva politica già definita? Per lui sarebbe un suicidio politico e tattico. Per questo, nella ricostruzione proposta, la politica resta sovrana, come richiamato anche attraverso Seneca, al servizio del popolo ma oggi anche di equilibri più ampi.
Malagò, Lega Calcio, AIA e rifondazione del sistema
In ultima analisi, guardando alla politica italiana e al governo del calcio, emerge la convinzione che il sistema debba essere affidato a persone competenti di sport, capaci di viverlo e interpretarlo a 360 gradi. Organizzare lo sport significa gestire una marea di specialità, essere critici, autorevoli e, quando necessario, autoritari per il bene delle discipline sportive.
A livello nazionale e mondiale, per il CONI il riferimento sono le Olimpiadi, e nella figura del suo presidente è sempre stata riconosciuta una linea vincente, frutto di una politica mirata a ogni settore, senza lasciarne indietro nessuno. Da qui il ringraziamento al presidente Malagò.
L’auspicio è che il nuovo presidente della Lega Calcio, come accadde allora al CONI, faccia piazza pulita di tutti quei commissari che si sono rivelati inadeguati. Serve una rifondazione dell’AIA, il ripristino di regole certe al VAR, una legge per il professionismo degli arbitri e una ristrutturazione vera dei settori giovanili.
I settori giovanili devono essere adeguati e devono avere veri istruttori di calcio, capaci di far crescere talenti e non “polli da batteria”. La nostra Nazionale non ha più vinto, secondo questa analisi, quando sono venuti meno i talenti. La responsabilità viene attribuita a una federazione considerata incapace e mediocre, arrivata persino a permettere squadre con undici stranieri in campo.
Il tema potrebbe essere approfondito per ore, perché i problemi seri del calcio italiano sono molteplici e attraversano tutte le sue sfaccettature. Sarà importante vedere come sarà composto il nuovo consiglio direttivo, quali istituzioni lo formeranno, chi saranno i nuovi commissari e soprattutto quale sarà la nuova struttura dell’AIA, con le sue componenti, il nuovo presidente e il designatore.
Lazio, protesta e futuro: nulla è perduto
Ritornando alla nostra cara Lazio, la conclusione è chiara: nulla è perduto e niente si perderà. Le società hanno bisogno di rinnovamento e di sostegno finanziario, perché gli altri Paesi si sono evoluti mentre l’Italia è rimasta ferma, senza una vera prospettiva.
Questo articolo non vuole essere né a favore né contro Lotito. Anzi, la protesta attuale viene considerata un po’ viziata. Il motivo è economico: Lotito incasserà comunque 51 milioni di euro dai diritti televisivi invece di 55,6 milioni, perdendo quindi 4,6 milioni. Dalla campagna abbonamenti ci si aspetta circa quindicimila abbonati. Tirando le somme, non è che la situazione economica vada così male. In totale, la perdita stimata sarebbe di circa 15 milioni.
A mio parere, oggi la protesta dovrebbe finire qui, almeno in via transitoria. Bisogna lasciare lavorare la società, vedere che mercato farà e poi discutere. L’imperativo deve restare uno: amare la maglia e ciò che rappresenta. Il resto si vedrà, perché tutto è in evoluzione e non bisogna gettarsi per forza in una narrazione costruita soltanto su un nostro desiderio.
Enrico
