Roma e Lazio, il vero nemico è il provincialismo!

Tifosi di Roma e Lazio divisi da una rivalità calcistica mentre sullo sfondo emerge la città di Roma simbolo di unità e crescita sportiva.

Roma e Lazio, il vero nemico è il provincialismo: perché la Capitale continua a perdere

Roma è una delle città più importanti del mondo. È la Capitale d'Italia, un simbolo universale di storia, cultura, arte e grandezza. Eppure, quando si parla di calcio, troppo spesso questa immensa città sembra rimpicciolirsi fino a comportarsi come un piccolo paese incapace di guardare oltre il proprio cortile.

Da decenni Roma e Lazio rappresentano due realtà enormi del calcio italiano. Due tifoserie immense, due storie prestigiose, milioni di appassionati sparsi in tutto il mondo. Eppure il bilancio sportivo della Capitale continua a essere inferiore rispetto al suo potenziale. Le ragioni sono tante: errori societari, limiti economici, strategie sbagliate, programmazioni insufficienti. Ma esiste anche un problema più profondo, più culturale, più difficile da affrontare. Un problema che si chiama provincialismo.

Il derby più famoso del mondo che spesso diventa una guerra inutile

Il Derby della Capitale è considerato una delle rivalità più accese e seguite del panorama calcistico internazionale. Viene trasmesso in tutto il mondo ed è uno degli eventi sportivi più attesi della stagione. Ma una rivalità sportiva dovrebbe rimanere tale. Dovrebbe essere passione, appartenenza, emozione. Invece troppo spesso diventa ossessione. Settimane di tensione, insulti continui, clima velenoso, rapporti personali compromessi per una partita di calcio.

Arriviamo al paradosso che una città come Roma debba continuamente confrontarsi con problemi di ordine pubblico legati al derby. Una situazione che dovrebbe far riflettere tutti, indipendentemente dal colore della propria maglia.

Perché una cosa è vivere intensamente una partita. Un'altra è trasformare una rivalità sportiva in una guerra civile permanente.

Milano, Torino e le grandi città europee insegnano qualcosa

Chiunque abbia visitato Milano sa perfettamente che interisti e milanisti non si amano. La rivalità esiste, è forte e radicata. Eppure la città continua a vivere, a produrre, a crescere e soprattutto a vincere.

Lo stesso vale per Torino, dove la rivalità tra Juventus e Torino rappresenta una parte importante dell'identità cittadina senza però diventare una guerra quotidiana.

Anche all'estero esistono derby storici e infuocati. Pensiamo a Madrid, Manchester, Liverpool, Glasgow o Barcellona. Rivalità enormi, ma inserite all'interno di una cultura sportiva che riesce a distinguere il calcio dalla vita reale.

Roma invece troppo spesso rimane prigioniera di sé stessa. Come se l'obiettivo principale non fosse vincere trofei ma impedire all'altra sponda di essere felice.

I campioni ci sono sempre stati

La verità è che non possiamo nemmeno nasconderci dietro la scusa della mancanza di grandi giocatori. Roma e Lazio hanno avuto campioni straordinari.

La Lazio ha schierato giocatori del calibro di Nesta, Verón, Mihajlović, Crespo, Salas, Signori, Chinaglia, Luis Alberto, Immobile, Milinković-Savić, Felipe Anderson e Pedro.

La Roma ha avuto Totti, De Rossi, Falcão, Batistuta, Aldair, Cafu, Montella, Pruzzo, Di Bartolomei, Cassano, Dybala e molti altri.

Il talento non è mai mancato. La passione nemmeno. La differenza spesso l'ha fatta la mentalità collettiva di un ambiente che troppo frequentemente si concentra sull'odio verso l'avversario anziché sul sostegno alla propria squadra.

L'ossessione per l'altra sponda

Uno degli aspetti più singolari del calcio romano è l'attenzione quasi morbosa verso ciò che accade dall'altra parte della città.

Molti tifosi sembrano vivere più per la sconfitta dell'avversario che per la vittoria della propria squadra. Un atteggiamento che nel lungo periodo avvelena il dibattito, impoverisce la cultura sportiva e crea un clima tossico che finisce per danneggiare tutti.

Il calcio dovrebbe essere soprattutto gioia. Dovrebbe essere appartenenza. Dovrebbe essere orgoglio.

Invece troppo spesso diventa rancore.

Laziali e romanisti possono rispettarsi

Esiste una convinzione radicata secondo cui laziali e romanisti non possano avere rapporti normali. Come se parlare con un tifoso dell'altra squadra rappresentasse una forma di tradimento.

È una visione che appartiene a un calcio vecchio e superato.

Prima di essere tifosi siamo persone. Siamo colleghi di lavoro, compagni di scuola, amici, parenti. Il derby deve rimanere uno straordinario spettacolo sportivo, non un muro che divide una città per tutto l'anno.

Lo sfottò fa parte del gioco. È sempre esistito e continuerà a esistere. Una battuta dopo una vittoria è normale. Qualche presa in giro è fisiologica.

Ma c'è una differenza enorme tra lo sfottò e l'odio.

Lo sfottò fa sorridere. L'odio distrugge.

Roma merita molto di più

La sensazione è che Roma calcistica continui a vivere enormemente al di sotto delle proprie possibilità.

Una città di quasi tre milioni di abitanti, una delle capitali più conosciute al mondo, con due tifoserie gigantesche, dovrebbe essere stabilmente protagonista del calcio europeo.

Invece troppo spesso si ritrova a combattere battaglie interne che non producono alcun beneficio.

Se vogliamo davvero vedere Roma e Lazio tornare a vincere con continuità serve una crescita collettiva. Serve una maturazione culturale.

Serve meno odio.

Serve meno ossessione.

Serve meno provincialismo.

Serve più sostegno verso la propria squadra.

Serve più cultura sportiva.

Serve più orgoglio per la città.

Il cambiamento parte dai tifosi

Non sto chiedendo a nessuno di cambiare squadra.

Non sto chiedendo a nessuno di rinunciare alla propria identità.

Non sto chiedendo a nessuno di vivere il derby con meno passione.

Sto chiedendo semplicemente una cosa: più maturità.

Perché il cambiamento non parte soltanto dalle società. Non parte esclusivamente dai presidenti, dai dirigenti o dagli allenatori.

Il cambiamento parte anche dai tifosi.

Parte dal modo in cui scegliamo di vivere il calcio ogni giorno.

Parte dalla capacità di comprendere che si può essere rivali per novanta minuti senza diventare nemici per trecentosessantacinque giorni.

Roma merita di tornare grande anche nel calcio.

Ma per riuscirci deve prima liberarsi del suo nemico più sottovalutato.

Il provincialismo.

Pensiamoci.

Perché se amiamo davvero i nostri colori, forse il modo migliore per dimostrarlo è aiutare la nostra città a crescere.

E la crescita, prima ancora che dai trofei, passa dalla testa.

Virginia