Lazio, solo 350 abbonamenti in una settimana: la protesta dei tifosi contro Lotito colpisce la società
La prima settimana della campagna abbonamenti della Lazio si sarebbe chiusa con un dato destinato a diventare il simbolo della protesta contro la gestione di Claudio Lotito: appena 350 sottoscrizioni in sette giorni. Una media di circa cinquanta abbonamenti al giorno che, secondo questa lettura, non può essere considerata una semplice partenza rallentata o una conseguenza esclusiva delle vicende di mercato.
Il numero assume un significato ancora più evidente se confrontato con quanto accaduto nella stagione precedente. Nonostante una situazione sportiva complicata e un mercato bloccato, il popolo biancoceleste aveva risposto con una partecipazione straordinaria, arrivando a stabilire il record dell’era Lotito. Proprio questo precedente rende difficile attribuire il crollo attuale soltanto alle operazioni di calciomercato o alla qualità della rosa.
Il problema, secondo i tifosi, non è soltanto il mercato. Il problema è diventato l’intero modello di gestione della Lazio. La campagna abbonamenti, iniziata ufficialmente con una prima fase riservata anche ai vecchi sottoscrittori, si sta svolgendo in un clima completamente diverso rispetto al passato, segnato dalla decisione del tifo organizzato di proseguire la contestazione. Le modalità e le date della campagna sono state comunicate dalla stessa S.S. Lazio, ma la risposta della piazza appare, almeno in questa fase, estremamente fredda.
Il problema non è soltanto il calciomercato
La protesta nasce da un malcontento molto più profondo. Al centro delle critiche c’è innanzitutto il modo in cui Claudio Lotito si rapporta con il mondo che lo circonda: dai tifosi agli altri club, passando per gli interlocutori istituzionali e sportivi. Il presidente viene accusato di assumere troppo spesso atteggiamenti fuori luogo e sopra le righe, mostrandosi costantemente convinto di avere ragione e arrivando a scontrarsi verbalmente con chi contesta le sue decisioni.
Per una parte sempre più consistente del popolo laziale, questo comportamento avrebbe finito per produrre un danno d’immagine alla società e per alimentare un sentimento di vergogna e distacco. Non si tratterebbe più, dunque, di criticare una singola sessione di mercato, un acquisto mancato o una stagione sportiva deludente. La contestazione investe ormai la direzione complessiva del club, ritenuta priva di una linea riconoscibile, di una strategia coerente e di un progetto capace di coinvolgere la tifoseria.
La sensazione descritta dai sostenitori è quella di una Lazio progressivamente scollegata dalla propria identità. A pesare è anche la presenza, all’interno della società, di persone considerate lontane dall’ambiente biancoceleste. La critica riguarda in particolare il fatto che alcuni collaboratori sarebbero dichiaratamente vicini alla Roma, una circostanza che molti tifosi percepiscono come incompatibile con la necessità di custodire e rappresentare quotidianamente la storia della Lazio.
La distanza tra società, allenatore e ambiente laziale
Un altro elemento contestato è il rapporto tra la proprietà e l’allenatore. La percezione della piazza è che le richieste tecniche non vengano realmente ascoltate: l’allenatore indicherebbe una determinata necessità, mentre la società sceglierebbe di procedere in una direzione completamente differente. Non una semplice mediazione tra esigenze sportive ed economiche, ma una distanza che apparirebbe ormai strutturale.
A questa situazione si aggiunge l’assenza quasi totale di figure autenticamente laziali all’interno dell’organigramma societario. Il recente tentativo di coinvolgere Angelo Peruzzi e Senad Lulic non avrebbe prodotto il risultato sperato. Il loro rifiuto, secondo il ragionamento espresso dai tifosi, non deriverebbe certamente da una mancanza d’amore nei confronti della Lazio, ma dal contesto nel quale sarebbero stati chiamati.
Il punto centrale è soprattutto il momento scelto per cercare di recuperarli. Dopo ventitré anni di presidenza, rivolgersi a figure profondamente legate alla storia biancoceleste soltanto quando la piazza è apertamente in rivolta è stato interpretato come un tentativo tardivo e poco credibile. Per molti sostenitori non si sarebbe trattato di un gesto sincero, ma dell’ennesima operazione finalizzata a calmare la contestazione.
La tifoseria ritiene ormai di conoscere perfettamente questi meccanismi e rifiuta di essere considerata facilmente manipolabile. L’eventuale inserimento di ex calciatori amati non può essere utilizzato come una soluzione temporanea per coprire problemi più profondi, soprattutto quando per oltre due decenni non è stato costruito un legame stabile tra la società e le personalità rappresentative della storia laziale.
Una campagna abbonamenti senza emozione
Anche la comunicazione scelta per la nuova campagna abbonamenti viene giudicata duramente. Secondo la critica, non sarebbe stato proposto uno slogan realmente coinvolgente, né un’idea capace di richiamare la storia del club, l’identità della tifoseria o il senso di appartenenza alla Lazio.
Nessuna emozione, nessun messaggio forte e nessun richiamo capace di riavvicinare una piazza ormai esasperata. Nella stagione precedente era stato almeno tentato un collegamento con Tommaso Maestrelli, figura fondamentale della storia biancoceleste. Quest’anno, invece, la campagna viene percepita come completamente vuota, incapace di parlare al cuore dei sostenitori e di comprendere la gravità della frattura esistente.
In un momento nel quale sarebbe stato necessario mostrare attenzione, sensibilità e volontà di dialogo, la società avrebbe scelto ancora una volta una comunicazione distante. Il risultato, secondo la tifoseria, è un’iniziativa incapace di generare entusiasmo e destinata inevitabilmente a scontrarsi con il boicottaggio annunciato.
Le coincidenze che i tifosi considerano provocazioni
Il malcontento è stato ulteriormente alimentato dalle tempistiche di alcune iniziative societarie. La presentazione della nuova maglia il 2 luglio, proprio nel giorno della grande manifestazione organizzata dai tifosi, è stata letta come un tentativo di disturbare, oscurare o ridimensionare mediaticamente la protesta.
Una sensazione simile si è ripetuta con la presentazione di Gennaro Gattuso, organizzata durante gli Stati Generali della lazialità. La concomitanza è stata pubblicamente contestata e definita una nuova provocazione evitabile. Anche il Corriere dello Sport ha riportato la posizione dei sostenitori sulla sovrapposizione tra i due appuntamenti.
Secondo i tifosi, la società continuerebbe quindi ad accumulare torti e provocazioni, pretendendo contemporaneamente che la stessa gente torni a finanziare il sistema attraverso gli abbonamenti. È proprio questa contraddizione a rendere ancora più profonda la rottura: da una parte si chiedono fedeltà, partecipazione e sostegno economico; dall’altra si compiono scelte considerate irrispettose nei confronti della comunità laziale.
Il boicottaggio economico del popolo laziale
Il dato dei 350 abbonamenti, se confermato definitivamente, rappresenterebbe quindi molto più di una semplice statistica commerciale. Sarebbe la dimostrazione concreta di una scelta collettiva compiuta dalla base laziale, descritta come compatta e unita almeno al 98% contro l’attuale gestione.
La linea decisa dalla tifoseria comprende la rinuncia agli abbonamenti, le disdette delle pay-tv, il blocco degli acquisti legati al merchandising, il boicottaggio degli sponsor e la scelta di non sostenere Forza Italia finché Claudio Lotito continuerà a ricoprire un ruolo centrale nella Lazio. La posizione è netta: finché la situazione rimarrà invariata, il presidente non dovrà ricevere neanche un centesimo dai tifosi.
Il messaggio è quello di una comunità che non vuole più essere considerata il bancomat della società. L’amore per la Lazio non viene messo in discussione; al contrario, proprio quell’amore viene indicato come la ragione principale della rinuncia. Non abbonarsi non significherebbe abbandonare la squadra, ma tentare di proteggerla da un modello societario che non viene più ritenuto accettabile.
La decisione del tifo organizzato di non sottoscrivere l’abbonamento e di non presenziare alle gare interne era già stata comunicata pubblicamente. La protesta, come riportato anche dall’ANSA, prevede però il sostegno alla squadra nelle trasferte e la presenza in occasione dei derby, confermando la volontà di distinguere la Lazio dall’attuale proprietà.
Una protesta che supera il tifo organizzato
Il dissenso non viene più considerato una questione limitata agli ultras o a una parte minoritaria della Curva Nord. Le ultime manifestazioni hanno coinvolto persone provenienti da settori molto diversi della società: politici, compresi esponenti appartenenti allo stesso partito di Lotito, ex calciatori, cantanti, giornalisti e rappresentanti delle istituzioni regionali.
Non sarebbe quindi una protesta di nicchia, ma un movimento di massa capace di superare i confini tradizionali del tifo laziale. Alla base di questa estensione ci sarebbe anche il comportamento attribuito al presidente nei rapporti con interlocutori esterni alla Lazio. Lotito viene accusato di trattare male le persone, di mostrarsi arrogante e indisponente, di pretendere di comandare anche in contesti che non gli appartengono e di reagire alle contestazioni con atteggiamenti considerati infantili e vendicativi.
La mobilitazione assumerebbe così un significato più ampio: non soltanto la contestazione di una politica sportiva, ma il rifiuto di un modo di rappresentare la Lazio che molti sostenitori non riconoscono più come proprio.
Il silenzio di chi ha lasciato la Lazio
C’è infine un dato simbolico che, secondo i tifosi, pesa come un macigno. In ventitré anni di gestione, nessun giocatore, membro dello staff o personaggio appartenente all’ambiente biancoceleste, una volta lasciata la società, avrebbe pubblicamente ringraziato Claudio Lotito.
Neppure attraverso un messaggio formale o una dichiarazione di circostanza. I ringraziamenti sarebbero stati rivolti quasi sempre esclusivamente alla squadra, alla città e soprattutto ai tifosi. Questa assenza viene interpretata come la rappresentazione più chiara del rapporto costruito dalla proprietà con le persone che hanno attraversato il mondo Lazio.
Non servono necessariamente accuse esplicite quando è il silenzio a parlare. Se chi conclude la propria esperienza nella Lazio sente il bisogno di salutare il popolo biancoceleste ma non il presidente, significa che la frattura potrebbe non riguardare soltanto la tifoseria, ma essere percepita anche all’interno dell’ambiente sportivo e professionale.
“Amiamo la Lazio, quindi non ci abboniamo”
Il crollo iniziale degli abbonamenti viene dunque presentato come la conseguenza diretta di una rottura che non può più essere ignorata. I tifosi non chiedono soltanto nuovi giocatori, maggiori investimenti o risultati migliori. Chiedono rispetto, identità, competenza, programmazione, dialogo e la presenza di persone capaci di comprendere davvero cosa rappresenti la Lazio.
La Lazio appartiene sentimentalmente ai suoi tifosi e i tifosi hanno ormai espresso una posizione chiarissima: così non va più bene. La scelta di non abbonarsi non nasce dalla mancanza d’amore, ma dalla volontà di difendere quel sentimento da una gestione considerata distante e dannosa.
Il messaggio conclusivo ribalta quindi ogni possibile accusa di disinteresse: “Noi amiamo la Lazio, quindi non ci abboniamo”. Una frase che racchiude il senso dell’intera protesta e trasforma il dato dei 350 abbonamenti nel simbolo di una mobilitazione economica, identitaria e popolare che la società non può più fingere di non vedere.
Virginia
