Il calcio ha perso l'anima!

Arbitro davanti al monitor VAR in uno stadio buio, pallone da calcio in primo piano e simboli di denaro sullo sfondo a rappresentare le ingiustizie e la crisi del calcio moderno.

Quando il calcio perde l’anima: tra passione, ingiustizie e un sistema che non funziona più

Un viaggio personale dentro lo sport più amato, tra ricordi, delusioni e domande che non possiamo più ignorare.


Un peso nello stomaco: il calcio che fa male

Scrivere di calcio, oggi, per chi lo ama davvero, è diventato complicato. Non perché manchino i temi, ma perché la sensazione che accompagna ogni partita è spesso l’amarezza. Non è più soltanto una questione di moduli, cambi o prestazioni: è l’aria che si respira attorno al campo, quella zona grigia fatta di polemiche, sospetti, interpretazioni, decisioni che sembrano sempre pronte a trasformarsi in sentenze.

C’è una stanchezza nuova, diversa da quella che arriva dopo una sconfitta meritata. È la stanchezza di chi sente di dover “spiegare” il calcio ogni settimana, come se lo sport non potesse più essere lasciato parlare da solo. Come se la partita non finisse al triplice fischio, ma proseguisse per ore in un tribunale invisibile, dove ogni episodio viene riscritto e normalizzato.

Il calcio come eredità emotiva

Il ricordo di mio nonno e di un rito che univa

Per me il calcio non è mai stato soltanto un passatempo. È un’eredità emotiva, un linguaggio imparato da piccola accanto a mio nonno. Quelle domeniche sembravano infinite: televisione accesa, occhi attenti, rispetto per il gioco. Guardava tutto, senza barriere geografiche o pregiudizi: campionati italiani, spagnoli, sudamericani, africani. “Il calcio è calcio”, sembrava dire, e quel modo di viverlo aveva qualcosa di sacro.

Era talmente coinvolto che trovava perfino il modo di mangiare tra primo e secondo tempo, per non perdere neanche un minuto. In quel gesto c’era la misura di una passione pulita: non l’ossessione per avere ragione, ma il desiderio di assistere al gioco, di rispettarne i tempi, di partecipare a un rito collettivo.

È anche per questo che oggi fa male: perché il calcio, quando perde credibilità, non tradisce solo il campo. Tradisce i ricordi, le abitudini, i legami familiari, la fiducia con cui ci si è consegnati a uno sport capace, un tempo, di unire.

Un sistema che ha smesso di essere credibile

Negli ultimi anni, nel calcio italiano, si è allargata una frattura: quella tra l’errore umano (accettabile, persino fisiologico) e la sensazione di scelte “indirizzate”, raccontate dopo con spiegazioni che non convincono. La fiducia, quando si rompe, non si ricompone con un comunicato. Perché il tifoso non chiede infallibilità: chiede coerenza, trasparenza, e soprattutto la certezza che le regole non cambino forma a seconda del contesto.

È qui che nasce il sospetto: quando la stessa dinamica, in partite diverse, riceve giudizi opposti. Quando il regolamento diventa una fisarmonica. Quando il VAR, nato per ridurre l’errore, sembra alimentare la discussione invece di spegnerla. E quando, invece di chiarire, aggiunge nuovi strati di ambiguità.

Lazio e la sensazione di una disparità costante

Quando entra la politica, il campo non basta più

Prendiamo un caso che molti tifosi sentono sulla pelle: la Lazio. Non si tratta di una singola domenica storta, né di un episodio isolato. È la percezione, ripetuta e diffusa, di decisioni arbitrali che finiscono spesso per gravare sulla stessa squadra, in modo quantomeno discutibile.

In questo clima, si inserisce un elemento che nel calcio non dovrebbe entrare mai: la politica sportiva. La sensazione raccontata da tanti è semplice e inquietante: chi non si allinea ai centri di potere rischia di pagarne il prezzo, chi è vicino alle stanze che contano sembra muoversi con maggiore protezione. È una percezione, certo, ma quando diventa corale non si può liquidare come “paranoia”.

Episodi come quello di Lazio-Udinese, con un gol convalidato nonostante un doppio tocco di mano evidente, non fanno che aggiungere benzina sul fuoco. E il punto non è solo “l’errore”: è la sensazione che, davanti a immagini e dinamiche chiare, il sistema cerchi spesso una via di fuga narrativa per non ammettere l’inammissibile.

Atalanta-Roma come simbolo di un metodo

Non è la maglia: è la logica con cui si decide

Sarebbe però un errore fermarsi a una sola squadra. Perché alcuni episodi, anche lontani dalla Lazio, raccontano lo stesso problema: non è chi viene colpito, ma il modo in cui il sistema si giustifica. Un esempio clamoroso è stato Atalanta-Roma: Scamacca segna il gol del 2-0, una rete regolare che viene annullata con una spiegazione che, a molti, è sembrata più una costruzione che una valutazione.

L’azione nasce da un lancio lungo: Scamacca appare inizialmente in fuorigioco, ma la palla non è indirizzata a lui e, soprattutto, interviene Hermoso con una giocata attiva che respinge il pallone. In quel momento l’azione cambia natura, si trasforma, e la posizione iniziale perde rilevanza.

Eppure viene richiamato un concetto di “immediatezza” tra l’intervento e la giocata successiva, come se il regolamento potesse essere ricucito sul momento per proteggere una decisione già presa. È questo che spaventa: quando l’interpretazione non chiarisce la regola, ma la piega. E in quel piegarsi, la fiducia si spezza un’altra volta.

Questo non è un attacco alla Roma, né un modo per spostare il bersaglio. È, semmai, il punto centrale: chi ama il calcio non dovrebbe mai sentirsi costretto a scegliere una parte per denunciare un principio. Perché quando il principio crolla, nessuna squadra è davvero al sicuro.

Le parole che fanno rumore: “VAR e incompetenza”

La distanza tra campo e monitor

In questo contesto, hanno fatto discutere anche le dichiarazioni di Fabio Capello, che ha usato toni durissimi sul tema arbitrale e sull’uso del VAR. Al di là del linguaggio forte, il cuore del suo ragionamento è comprensibile: chi decide spesso sembra non avere sufficiente esperienza “di campo” per leggere le dinamiche reali del gioco.

Il calcio è fatto di tempi, contatti, equilibri, movimenti naturali del corpo. Un conto è rivedere un’immagine al rallentatore, un conto è capire cosa significhi davvero quel gesto, a quella velocità, in quell’istante. Il rischio è che la tecnologia, invece di aiutare, sterilizzi il gioco e trasformi l’agonismo in una somma di fotogrammi scollegati dalla realtà.

Soluzioni possibili: ex calciatori, IA, trasparenza

Ridurre la discrezionalità, aumentare la fiducia

Davanti a tutto questo, una domanda è inevitabile: cosa si può fare? L’idea di inserire ex calciatori nel sistema decisionale, soprattutto al VAR, ha una sua logica: porterebbe dentro la stanza dei monitor qualcuno che conosce davvero il linguaggio del campo. Qualcuno capace di distinguere il contatto “naturale” dalla furbizia, l’episodio casuale dalla condotta antisportiva.

C’è poi una proposta ancora più radicale: utilizzare sistemi di intelligenza artificiale per ridurre la pressione umana e limitare l’arbitrarietà nelle valutazioni più delicate. In teoria, potrebbe essere un passo verso decisioni più uniformi e meno esposte a interessi, timori e condizionamenti.

Ma il nodo, prima ancora che tecnologico, è culturale e politico: un sistema davvero trasparente imporrebbe responsabilità, tracciabilità, e soprattutto renderebbe più difficile “aggiustare” la narrazione dopo. E quando una riforma incontra resistenza, spesso significa che qualcuno, da com’è oggi, trae vantaggio.

Non è solo VAR: è un ecosistema malato

Biglietti, opacità e un calendario che divora i giocatori

La crisi del calcio non si limita al rettangolo di gioco. Fa male vedere la politica infilarsi ovunque, fa male assistere a dinamiche opache attorno ai biglietti, a forme di “privilegio” che diventano scorciatoie per rivendere e speculare. Fa male perché ogni zona grigia corrode la credibilità complessiva: e quando il tifoso sente che il sistema non è pulito, tutto diventa sospetto, persino ciò che è corretto.

E poi c’è il calendario: competizioni che si moltiplicano, partite incastrate come in una catena di montaggio, recuperi, viaggi, pressioni mediatiche. Si gioca sempre di più e si ascolta sempre di meno. La salute degli atleti diventa un dettaglio, il gioco perde qualità, ma il motore non si ferma: perché la priorità è il profitto, non l’equilibrio.

Restituire dignità al calcio

A un certo punto bisogna dirlo con chiarezza: quando lo sport diventa un prodotto manipolabile, quando la fiducia viene sostituita dal sospetto, quando le regole sembrano elastiche e la trasparenza un optional, allora non è più “solo calcio”. È qualcos’altro. È intrattenimento industriale, spesso rumoroso, spesso redditizio, ma sempre più lontano dall’anima che lo rendeva speciale.

E io, ogni volta che penso a mio nonno, a quelle partite vissute come un rito, a quella passione pura e disinteressata, mi chiedo quanto ancora dovremo sopportare prima che qualcuno abbia il coraggio di cambiare davvero. Perché il calcio, quello vero, merita molto di più: merita rispetto, competenza, regole applicate con coerenza e un sistema che non si protegga da solo, ma protegga il gioco.

Non chiedo un calcio perfetto. Chiedo un calcio credibile. Un calcio dove si possa tornare a discutere di idee, di talento, di coraggio. Un calcio che non faccia vergognare chi lo ama.


Virginia