Gattuso e la Lazio: il valore di una promessa mantenuta

Gennaro Gattuso a bordo campo con atmosfera biancoceleste, simbolo di coerenza, fiducia e promessa mantenuta alla Lazio.

UN UOMO SORPRENDENTE

In questo suo primo periodo alla Lazio, Gattuso ha mostrato una qualità che nel calcio conta davvero: il coraggio di dire apertamente ciò che si pensa. Non ha nascosto il motivo delle proprie scelte, non si è rifugiato nelle solite frasi di circostanza e non ha cercato una formula diplomatica per evitare l’argomento. Davanti a tutti, con naturalezza, ha spiegato la ragione della sua decisione e lo ha fatto con una frase che, per come è stata pronunciata, non lascia molto spazio alle interpretazioni: “NON PUOI INCARTARTI”.

È proprio questo uno degli aspetti che apprezzo maggiormente di Gattuso. Il fatto che abbia avuto il coraggio di dire chiaramente ciò che pensa e di farlo pubblicamente mi ricorda, sotto questo punto di vista, Maurizio Sarri. Non perché i due allenatori siano necessariamente uguali, ma perché entrambi, nel modo in cui affrontano determinate situazioni, trasmettono l’idea di voler mettere la propria faccia davanti alle decisioni prese.

Gattuso non ha avuto paura di assumersi la responsabilità della propria scelta e, soprattutto, di spiegarla davanti a tutti. È questo, secondo me, il punto più forte di tutta la vicenda.

Gattuso parla chiaro e si assume la sue responsabilità

Per un allenatore non è sempre semplice raccontare davanti a microfoni e telecamere una decisione che riguarda direttamente lo spogliatoio. In situazioni del genere sarebbe molto più facile evitare il problema, girarci intorno oppure utilizzare una delle classiche frasi che spesso vengono pronunciate nelle conferenze stampa: “valutiamo”, “vedremo”, “faremo le nostre considerazioni”.

Gattuso, invece, ha scelto una strada diversa. Ha parlato in maniera chiara. Ed è proprio questa chiarezza che, personalmente, apprezzo. Perché quando un allenatore prende una decisione importante e decide anche di spiegarne pubblicamente il motivo, si espone in prima persona e dimostra di voler difendere ciò che ha costruito con i propri giocatori.

La questione, infatti, non riguarda soltanto una scelta tecnica. Il punto centrale è un altro: Gattuso aveva promesso ad Andrea Pinamonti la titolarità e a Gudmundsson minuti veri. Secondo il ragionamento espresso nel testo, l'eventuale arrivo di Icardi avrebbe rischiato di far cadere quella promessa.

E Gattuso ha scelto di non farlo.

Se aveva dato una parola ai suoi giocatori, quella parola andava mantenuta.

La vera questione non è tecnica: è una questione di coerenza

Questa, secondo me, è la chiave di tutto. Non si tratta di stabilire chi sia più forte, chi debba giocare o quale nome possa essere più importante di un altro. Non è una questione di ruoli, di gerarchie tecniche o di preferenze personali. È, prima di tutto, una questione di coerenza.

Se un allenatore dà una parola a un giocatore e costruisce con lui un rapporto di fiducia, poi quella parola deve avere un valore. Se crea un determinato equilibrio all’interno del gruppo, deve anche cercare di proteggerlo. Se un ragazzo arriva convinto di poter avere uno spazio preciso e mette fiducia nel proprio allenatore, non puoi togliere tutto pochi giorni dopo come se nulla fosse accaduto.

Nel calcio queste dinamiche possono essere decisive. Sono aspetti che da fuori possono sembrare secondari, perché spesso l’attenzione viene concentrata soltanto sul nome del calciatore, sul mercato o sulla formazione. Ma all’interno di uno spogliatoio la fiducia, la parola data, le aspettative e la credibilità dell’allenatore sono elementi importantissimi.

Un giocatore deve sapere che ciò che gli viene detto ha un significato. Deve poter entrare in campo sapendo di avere la fiducia del proprio tecnico. Deve sentire che il lavoro svolto e il rapporto costruito non possono essere cancellati improvvisamente da una decisione presa senza tenere conto di tutto quello che esiste intorno alla squadra.

La fiducia può incidere anche quando arriva il momento decisivo

È proprio dentro questo ragionamento che inserisco anche ciò che è accaduto con Gudmundsson. Una dinamica di fiducia può permettere a un giocatore di entrare in campo con maggiore tranquillità, senza sentirsi messo continuamente in discussione, e quella serenità ha accompagnato anche il suo ingresso e il gol della vittoria di Udine ad esempio.

Questo non significa trasformare ogni episodio in una regola assoluta. Il significato che si deve attribuire a quella situazione è un altro: quando un allenatore protegge il rapporto costruito con i propri calciatori, sta proteggendo anche l’equilibrio della squadra.

Gattuso ha guardato prima di tutto ciò che aveva già costruito. Ha guardato i giocatori che aveva davanti, la fiducia che gli avevano dato e le promesse fatte. E ha deciso che quella fiducia non doveva essere tradita.

Per me questo è un segnale importante, perché racconta un modo preciso di gestire lo spogliatoio: non considerare i calciatori soltanto come nomi da mettere dentro o fuori da una formazione, ma anche come persone con aspettative, sensibilità e rapporti che vanno gestiti.

Alla Lazio queste dinamiche hanno un peso ancora maggiore

Ed è qui che il discorso, inevitabilmente, arriva alla Lazio. Perché, secondo la mia opinione, per anni Claudio Lotito ha dato troppo poco peso alle dinamiche interne, alle promesse e agli equilibri dello spogliatoio.

Nel tempo abbiamo visto, sempre secondo la critica espressa in questo testo, promesse fatte e poi disfatte, ruoli modificati improvvisamente, equilibri rotti e parole che non hanno mantenuto il valore che avrebbero dovuto avere. Una gestione che, nella mia lettura, non ha sempre considerato con la necessaria attenzione la sensibilità dei giocatori, le loro aspettative e la fiducia che inevitabilmente ripongono nell’allenatore e nell’ambiente che li accoglie.

Per questo la scelta di Gattuso assume un significato ancora più forte.

Il tecnico ha fatto l’opposto. Ha osservato ciò che aveva costruito con i propri giocatori, ha considerato la fiducia ricevuta dal gruppo e ha scelto di non tradirla. Non ha semplicemente preso una decisione: ha difeso un principio.

La cosa più importante: Gattuso lo ha detto davanti a tutti

Ciò che mi colpisce maggiormente resta però il modo in cui tutto questo è stato comunicato. Perché una decisione può anche essere presa in silenzio, senza spiegarla. Un allenatore potrebbe limitarsi a scegliere e andare avanti. Gattuso, invece, ha voluto spiegare apertamente il proprio ragionamento.

Lo ha fatto, a mio avviso, con coraggio, chiarezza e naturalezza. Senza nascondersi dietro formule preparate, senza cercare una risposta che potesse accontentare tutti e senza avere paura di scontentare qualcuno.

È questo atteggiamento che mi ricorda Sarri: la volontà di parlare chiaramente e di assumersi pubblicamente la responsabilità di ciò che si pensa. In un calcio in cui spesso ogni parola viene pesata e trasformata in una formula diplomatica, sentire un allenatore spiegare in maniera così diretta la propria posizione ha un valore particolare.

Dire le cose apertamente significa anche esporsi. Significa mettere il proprio nome accanto alla decisione e non lasciare che siano altri a interpretarla. Significa far capire ai giocatori che, se l’allenatore prende un impegno con loro, è disposto anche a difenderlo pubblicamente.

Proteggere lo spogliatoio significa proteggere il lavoro costruito

Questa scelta racconta molto del rapporto che Gattuso vuole costruire con la squadra. Racconta l’idea di un allenatore che mette il gruppo davanti a tutto, che cerca di proteggere i propri giocatori e che considera la parola data come qualcosa che non può essere cancellato con leggerezza.

Uno spogliatoio vive di equilibri sottili. Ogni scelta può incidere sul modo in cui un calciatore percepisce il proprio ruolo, sulla fiducia nei confronti dell’allenatore e sulla serenità con cui affronta il lavoro quotidiano. Per questo, quando si costruisce un determinato rapporto, bisogna anche avere la forza di proteggerlo.

Gattuso, nella vicenda raccontata, ha scelto proprio questo. Ha protetto ciò che aveva costruito.

Non ha lasciato che una possibile decisione improvvisata cancellasse gli impegni presi con chi era già dentro il progetto. Non ha considerato irrilevante la fiducia concessa dai propri giocatori. Ha riconosciuto che, una volta pronunciata una promessa, quella promessa crea una responsabilità.

La parola dell’allenatore deve avere un peso

È un principio semplice, ma proprio per questo è così importante: se dai la tua parola, devi cercare di mantenerla. Nel calcio come nella vita, la credibilità si costruisce anche attraverso queste cose.

Un giocatore che vede il proprio allenatore rispettare ciò che ha detto può sentirsi maggiormente tutelato. Sa che esiste una linea, sa che le parole pronunciate non sono soltanto formule utilizzate per convincerlo o tranquillizzarlo in un determinato momento.

E questo può contribuire a costruire un rapporto più forte tra allenatore e squadra.

Gattuso, secondo la lettura che emerge da questa vicenda, ha voluto mandare proprio questo messaggio ai suoi calciatori: quello che vi dico conta.

Gattuso non ha detto “no” a qualcuno: ha detto “sì” alla sua squadra

Ed è forse questo il modo più corretto, per me, di leggere tutta la situazione. Gattuso non ha semplicemente detto “no” a qualcuno. Ha detto “sì” alla propria squadra.

Ha detto sì alla coerenza. Ha detto sì alla fiducia. Ha detto sì alla parola data. Ha detto sì agli equilibri che aveva costruito all’interno dello spogliatoio.

Il significato della scelta, quindi, va oltre il singolo nome. È un messaggio rivolto soprattutto a chi già fa parte del gruppo: ciò che viene costruito insieme ha un valore e non viene cancellato alla prima occasione.

In un ambiente nel quale, secondo la critica espressa in questo articolo, per anni questi aspetti sono stati troppo spesso ignorati, una decisione del genere assume un peso enorme. Perché restituisce centralità alle relazioni interne, alla fiducia e alla responsabilità dell’allenatore nei confronti dei propri giocatori.

Una scelta semplice, ma profondamente umana

Alla fine, ciò che mi piace di questa storia è proprio la sua semplicità. Non serve cercare spiegazioni complicate. Gattuso ha dato una parola e ha scelto di rispettarla.

Ha guardato il proprio gruppo, ha valutato ciò che aveva costruito con i giocatori e ha deciso che la fiducia ricevuta non poteva essere tradita. Poi ha avuto anche il coraggio di raccontarlo pubblicamente, senza nascondersi.

Per me è una scelta bellissima proprio perché è una scelta umana.

Nel calcio moderno si parla continuamente di strategie, mercato, moduli, numeri e risultati. Tutto questo conta, naturalmente, ma esiste anche una dimensione fatta di rapporti personali, di fiducia e di credibilità. E un allenatore, prima ancora di gestire undici uomini in campo, deve gestire persone che vivono quotidianamente le conseguenze delle sue decisioni.

Gattuso ha mostrato di voler dare valore anche a questo aspetto.

Ha messo la squadra davanti a tutto.

E alla Lazio, proprio per tutto ciò che abbiamo vissuto e per tutto ciò che secondo me troppo spesso è mancato nella gestione delle dinamiche interne, questo gesto assume un significato ancora più grande.

Complimenti Mister. Sono con te e appoggio pienamente questa scelta.

Articolo scritto prendendo spunto da un pensiero di una nostra ascoltatrice: Virginia