La trappola di Lotito: non caschiamoci

Stadio della Lazio vuoto durante la protesta dei tifosi, con riferimento ai nuovi nomi di mercato e alla gestione Lotito


Lotito e i nuovi nomi della Lazio: non caschiamo nella trappola

Non caschiamo nella trappola di Lotito. È questo il punto da cui voglio partire, perché dopo ventitré anni di gestione fatta, dal mio punto di vista, di promesse mancate, prese in giro e totale mancanza di rispetto verso noi tifosi, proprio quest’anno assistiamo a qualcosa che non può essere ignorato: improvvisamente sono comparsi i nomi importanti.

Frattesi, Pinamonti, Gudmundsson e, ora che il mercato è chiuso, anche i tentativi legati agli svincolati Icardi e Brozović. Nomi che inevitabilmente attirano attenzione, alimentano discussioni e possono riaccendere entusiasmo. Ma è proprio qui che, secondo me, bisogna fermarsi e guardare il quadro completo, senza lasciarsi trascinare dall’emotività del momento.

Perché questi nomi arrivano, guarda caso, proprio nell’anno in cui la tifoseria ha deciso di non fare l’abbonamento e di lasciare lo stadio vuoto come forma di protesta. Arrivano nello stesso momento in cui il CLA viene indicato all’81%, il mercato è bloccato e, secondo il quadro descritto, la società non ha un euro da spendere.

Ed è proprio questo il nodo centrale del mio ragionamento: quando una tifoseria decide di non finanziare più il presidente, il presidente entra nel panico. A mio avviso è esattamente ciò che sta accadendo.

Ventitré anni senza “figurine”, poi improvvisamente arrivano i grandi nomi

C’è una domanda che dovremmo farci tutti: quando mai Lotito ha comprato “figurine” in ventitré anni? La mia risposta è semplice: mai.

Per anni abbiamo ascoltato la stessa impostazione, riassunta nella frase diventata ormai famosissima: “Io non compro figurine, ma solide realtà”. È stato uno dei concetti più ricorrenti associati alla gestione di Claudio Lotito. E allora la domanda viene quasi da sola: perché proprio adesso dovrebbero essere diventati improvvisamente fondamentali i nomi?

Perché proprio nell’anno della contestazione più dura? Perché proprio mentre una parte enorme della tifoseria ha scelto di non entrare allo stadio? Perché proprio quando il rapporto tra società e piazza è arrivato a questo livello?

A me questa storia puzza di bruciato.

La mia lettura è che Lotito sappia benissimo che, se noi non torniamo allo stadio, questa situazione diventa sempre più difficile da sostenere. Può voler resistere, può dichiarare di volerlo fare, ma il punto della protesta è esattamente questo: chiudere i rubinetti e togliere alla società quella normalità che per troppo tempo è stata data per scontata.

Una protesta che, per me, è diventata una vera rivolta

Quello che sta accadendo intorno alla Lazio, nella mia visione, ha ormai superato i confini di una normale protesta. Per questo io continuo a chiamarla volutamente rivolta.

Noi laziali stiamo facendo qualcosa che considero storico. Vedo una tifoseria praticamente compatta, che indico simbolicamente al 98%, indirizzata verso un’unica direzione. Lo stadio resta vuoto, gli sponsor vedono il deserto sugli spalti, la narrativa costruita intorno alla normalità della situazione non regge più e quella che considero una figuraccia della società è ormai diventata visibile anche fuori dai confini abituali del tifo laziale.

Questa non è, per me, una protesta normale. È qualcosa che ha assunto una dimensione molto più grande, proprio perché nasce da una scelta collettiva: non tornare indietro fino a quando non cambierà ciò che viene contestato.

E continuo a pensare alle parole di Bisignani: “Non mollate, continuate così”. Parole che, nella lettura che ne do, non arrivano semplicemente da un politico, ma da un tifoso che conosce la situazione. Ed è per questo che, secondo me, non dobbiamo dimenticarle proprio adesso.

I nomi importanti non devono diventare il motivo per fermare tutto

Il rischio più grande sarebbe quello di vedere Frattesi, Pinamonti, Gudmundsson o altri nomi e convincersi improvvisamente che tutto sia cambiato. Sarebbe esattamente la trappola nella quale, secondo me, non dobbiamo cadere.

I nomi importanti possono diventare una trappola mediatica ed emotiva. Possono costruire l’idea che “tutto va bene”, che “la Lazio è ambiziosa”, che “il progetto continua”. Possono spostare l’attenzione da ciò che la tifoseria sta contestando e riportarla esclusivamente sul campo e sul calciomercato.

Ma per me questo non basta. Non basta un nome. Non basta un acquisto. Non basta un video. Non basta un momento di entusiasmo per cancellare ciò che ha portato migliaia di tifosi a scegliere di non rinnovare l’abbonamento e a lasciare vuoto lo stadio.

Basta. Non facciamoci prendere più in giro.

Il video di presentazione e quella sensazione di normalità che non accetto

Il video di presentazione dei tre colpi, nella mia lettura, è stato l’ennesimo esempio di questa strategia comunicativa. Facce sorridenti, entusiasmo e Fabiani che si pavoneggiava di fronte a un mercato che, secondo quanto sostengo, non avrebbe costruito neppure lui.

Io quel video non l’ho premiato neanche con un like. E non intendo farlo finché ci sarà Lotito e finché continuerò ad avere la sensazione che questa società tratti i propri tifosi come se non fossero in grado di capire ciò che sta accadendo.

La questione, per me, è molto più profonda di un semplice mercato. Non possiamo confondere una campagna acquisti con il rispetto. Non possiamo confondere un video ben confezionato con una rinascita. Non possiamo permettere che qualche nome importante cancelli improvvisamente tutto ciò che abbiamo contestato fino a ieri.

Lo stadio vuoto è il centro della protesta

La verità, nella mia interpretazione, è molto semplice: questi nomi servono anche a riportare la gente allo stadio. Non li considero il simbolo di una rinascita, ma la risposta disperata di un presidente che ha capito perfettamente quanto pesi una tifoseria quando decide di smettere di alimentare il sistema.

È per questo che lo ripeto con forza: ragazzi, non caschiamo nella trappola. Per favore, non facciamoci ingannare dai nomi. Non confondiamo le figurine con il rispetto.

La protesta deve continuare. Lo stadio deve restare vuoto. La Lazio siamo noi, non i video costruiti per convincerci che sia tornata improvvisamente la normalità.

Il campionato di Serie A continuerà, la squadra scenderà in campo e noi continueremo naturalmente a essere laziali. Ma essere laziali, per me, non significa accettare qualsiasi cosa venga proposta dalla società. Significa anche difendere ciò che riteniamo essere la nostra storia e la nostra dignità di tifosi.

Il punto Beppe Riso: secondo questa ricostruzione, il mercato non lo ha fatto il direttore sportivo

C’è poi un altro dettaglio che considero fondamentale e che, secondo me, la società avrebbe preferito non emergesse con questa forza: il mercato lo avrebbe fatto Beppe Riso, un procuratore esterno, e non il direttore sportivo.

È questo uno dei passaggi più pesanti del mio ragionamento. Secondo la ricostruzione che sostengo, Riso avrebbe fatto quello che considero un vero e proprio miracolo in un contesto nel quale non c’erano soldi, il mercato era bloccato, il CLA era arrivato a una situazione descritta come critica, i margini erano praticamente inesistenti, il direttore sportivo non sapeva come muoversi e una vera programmazione non esisteva.

E proprio qui, secondo me, la società si è sentita sgamata.

Perché se i tifosi arrivano alla conclusione che il mercato sia stato costruito da un procuratore esterno e non dall’area sportiva del club, allora la narrativa cambia completamente. Non si parla più semplicemente di una società che ha pianificato, individuato e realizzato le proprie operazioni. Si apre invece il tema di chi abbia realmente gestito questa fase e di quanto ci fosse, dietro quei nomi, una programmazione societaria.

Ed è proprio questo che, nella mia lettura, fa crollare la narrativa ufficiale.

Non scambiamo la comunicazione per la realtà

Lo ripeto ancora una volta: non caschiamo nella trappola.

Non scambiamo i video con la verità. Non trasformiamo automaticamente i nomi in una prova di rinascita. Non permettiamo che qualche operazione di mercato faccia sparire ventitré anni di contestazioni, delusioni e rapporto sempre più deteriorato tra una parte della tifoseria e questa proprietà.

Lotito può dire ciò che vuole. Può sostenere che tutto vada bene. Può ribadire che resterà. Può rappresentare una piazza diversa da quella che noi vediamo. Può presentare i nuovi nomi come parte di un progetto.

Ma, secondo me, la realtà resta un’altra: se noi non torniamo allo stadio, la sua posizione diventa sempre più difficile da sostenere.

Siamo abituati a quelle che considero prese in giro e bugie. Proprio per questo, oggi più che mai, non dobbiamo cedere nel momento in cui la protesta sta producendo il massimo della pressione.

La mia convinzione è che Lotito tema realmente questa situazione, anche se prova a nasconderlo o a mascherarlo dietro quelle stesse “figurine” che per anni aveva detto di non voler comprare.

La Lazio siamo noi: non si torna indietro

La Lazio siamo noi.

Questa storia della Lazio, per noi tifosi, appartiene a chi la vive, la soffre, la segue e la ama ogni giorno. Ed è per questo che arrivo a dirlo con tutta la rabbia che sento: “QUESTA CAZZO DI STORIA DELLA LAZIO È SOLO NOSTRA, NON DI QUELL’USURPATORE”.

Quest’anno, finalmente, secondo me la piazza ha capito tutto. Ha capito il peso che può avere quando resta unita. Ha capito che il gesto più forte non è necessariamente urlare più forte, ma smettere di partecipare a ciò che non si condivide. Ha capito che uno stadio vuoto può diventare un messaggio impossibile da ignorare.

E allora non si torna indietro.

Non devono bastare i nomi. Non devono bastare le presentazioni. Non devono bastare i sorrisi. Non deve bastare una campagna acquisti per cancellare il motivo per cui questa protesta è nata.

Forza fratelli, uniti siamo più forti.

E come dice il nostro caro Remo: Laziali bella gente.

Virginia